Scusa mamma, non l’ho fatto a posta

Schermata 2013-02-13 a 13.19.06“Scusa mamma” è la nuova formula di Lorenzo. Ogni volta che alzo la voce o che lo rimprovero queste sono le prime parole che dice. E che a me, molto spesso, fanno sciogliere dentro. Perché chiedere scusa non è facile a 3 anni e nemmeno a 30, non è facile da piccoli capire cosa significa e quando cresciamo ce ne dimentichiamo. Chiedere scusa è la presa di consapevolezza di avere sbagliato nei confronti di un altro essere umano e forse per questo ancora Lorenzo usa queste parole un po’ a casaccio.

“Non l’ho fatto a posta” è invece la nuova formula di Leonardo. Ogni volta che ne combina una delle sue: sbatte qualche giocattolo, graffia o picchia suo fratello. Leonardo ha il vento dentro i suoi occhioni scuri, sfugge  via dalle carezze, dai baci e dagli abbracci della mamma. Ma poi all’improvviso ti corre in contro, ti abbraccia e ti bacia. Racconta storie che iniziano con “Mamma ti ricordi, ieri sera…” oppure “Mamma ti ricordi, quando ero piccolo…”. Un “ieri sera” che è un tempo indeterminato e “un quando ero piccolo” che fa sorridere. 

Due frasi che rispecchiano in pieno la loro personalità: più cucciolone il primo, più smaliziato, forse un po’ furbetto, il secondo. Due frasi che mettono in luce anche il loro modo di rapportarsi con me, con il mondo e con gli altri.

Sono due monelli i miei bambini, hanno una vivacità a volte difficile da contenere, ma – a detta delle maestre – è una predisposizione non distruttiva, ma costruttiva. Nel senso che sono svegli, attenti e comunque ricettivi e propensi all’apprendimento. Parole che mi hanno rassicurata.

Difficilmente riescono a stare fermi, anche nelle attività in cui lo potrebbero fare. Soprattutto Leonardo mentre colora assume posizioni e atteggiamenti improbabili, così come le sue pose mentre guarda un cartone. Se poi penso a come ero io da bambina capisco che il sangue non mente. Ero un maschiaccio, mi piaceva giocare a calcio, andare in bicicletta e giocare all’aria aperta. Poi con la pallavolo ho trovato la mia strada, il mio sfogo e la mia passione. Una passione che è durata più di venti anni.

Il Mari poi è un movimento continuo: non solo fisico, appena può infatti si ritaglia un’oretta di corsa, ma anche mentale: di pensieri, progetti, idee e pianificazioni per il futuro. Ha quel coraggio che io non ho e quella lungimiranza che invece a me fa restare bene ancorata e con i piedi per terra. Che poi, probabilmente, è uno dei miei più grandi difetti. L’estrema mia pragmaticità.

La foto del post è di Eugene Smith, “A walk to Paradise Garden”, scattata alla fine della seconda guerra mondiale. Quei due bambini, figli di Smith, passano dal buio alla luce, segno di una ricostruzione che necessariamente doveva ripartire dopo la guerra. Ecco, in questo periodo di campagne elettorali, di volti noti ai più, di discorsi già sentiti: questa mi sembrava l’immagine più giusta per descrivere quello che vorrei che questo paese facesse per i suoi e per i nostri figli. 

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